“Massimo, ho sempre ottenuto risultati essendo rapido e deciso. Perché ora sento che il team non mi segue più come prima?” Questa domanda, posta da un CEO durante una sessione di coaching, tocca il cuore di un paradosso sottile che molti leader affrontano senza accorgersene. Spesso, ciò che definiamo eccellenza non è altro che un insieme di comportamenti che hanno funzionato in passato e che abbiamo cristallizzato come parte della nostra identità professionale.
Il problema sorge quando queste doti naturali si trasformano in automatismi nella leadership executive. Invece di essere strumenti scelti consapevolmente per risolvere un problema specifico, diventano risposte riflesse che applichiamo a ogni situazione, indipendentemente dalla complessità del contesto. Quando un talento smette di essere governato dalla consapevolezza, cessa di servire l’organizzazione e inizia a limitarla, diventando una barriera invisibile tra il leader e il suo team.
La trappola dell’eccellenza e il peso del successo passato
Marshall Goldsmith ha sintetizzato perfettamente questa dinamica con un concetto diventato pilastro del coaching moderno: ciò che ti ha portato fin qui non ti porterà oltre. Nelle carriere apicali, il successo agisce spesso come un filtro che distorce la percezione della realtà, portandoci a credere che la nostra formula vincente sia universale. Siamo portati a raddoppiare gli sforzi proprio su quelle competenze che ci hanno garantito promozioni e credibilità, ignorando che il sistema circostante è mutato e richiede ora sfumature differenti.
La cultura della performance esasperata ci spinge a credere che la soluzione risieda sempre in una maggiore intensità dei nostri tratti distintivi. Se siamo analitici, tendiamo a diventare ossessivi; se siamo carismatici, rischiamo di diventare ingombranti. Questo sovra-utilizzo crea una saturazione dove le persone intorno a noi smettono di contribuire perché lo spazio cognitivo è interamente occupato dalla nostra presenza. Non si tratta di una mancanza di competenza, ma di un eccesso di fiducia in strumenti che hanno esaurito la loro funzione strategica originaria.
Quando la leadership diventa una performance ripetitiva basata su glorie passate, l’organizzazione perde la sua capacità di adattamento. Il leader resta ancorato a modelli di comportamento che non rispondono più alle sfide del mercato, creando un disallineamento profondo tra l’azione individuale e la necessità collettiva.
Il Costo dei Punti di Forza: l’adattamento silenzioso del team
Il rischio più concreto di questo irrigidimento comportamentale è l’adattamento silenzioso del team. Quando un leader utilizza la propria forza in modo automatico e prevedibile, i collaboratori imparano rapidamente a navigare intorno a essa per evitare conflitti o rallentamenti. Questo fenomeno compromette drasticamente la qualità dell’informazione decisionale: le persone iniziano a presentare solo i dati che sanno essere compatibili con lo stile del capo. Un leader senza dissenso non ha una squadra forte, ha un problema di informazione.
Se il leader è percepito come eccessivamente direttivo o impaziente, riceverà report levigati e rassicuranti che nascondono le criticità. Questa distorsione della realtà operativa impedisce di intercettare i segnali deboli del mercato prima che si trasformino in crisi conclamate. L’adattamento si manifesta attraverso pattern specifici:
- Le riunioni diventano semplici formalità dove nessuno osa mettere in discussione la linea già tracciata per timore di reazioni difensive.
- Le informazioni critiche vengono discusse solo informalmente nei corridoi, scomparendo dai tavoli decisionali ufficiali.
- I collaboratori più brillanti perdono iniziativa, limitandosi a eseguire compiti per non urtare la sensibilità del leader.
- Si crea una dipendenza decisionale dove ogni scelta deve passare dal vertice, rallentando l’intera struttura organizzativa.
Riconquistare la scelta: dalla forza automatica alla leadership consapevole
Per rompere questo circolo vizioso, è necessario passare da una leadership di reazione istintiva a una leadership di scelta deliberata. Riconquistare la capacità di decidere quale parte di sé mettere in campo richiede un lavoro profondo sulla propria consapevolezza e sull’impatto che generiamo sugli altri. Non si tratta di rinunciare ai propri talenti, ma di imparare a calibrarli in base alle necessità reali del sistema e degli stakeholder coinvolti.
Il concetto di sicurezza psicologica, studiato approfonditamente da Amy Edmondson, è il cardine di questa trasformazione. Un leader deve creare attivamente un ambiente in cui il dissenso sia percepito come una risorsa strategica e non come un attacco personale. Solo quando il team si sente al sicuro nel segnalare errori o punti di vista divergenti, il filtro informativo inizia a dissolversi, restituendo al leader una visione nitida della realtà aziendale. Questo richiede un cambiamento radicale di postura: smettere di essere colui che ha tutte le risposte per diventare colui che pone le domande giuste.
Il percorso per trasformare la propria forza da automatismo a strumento strategico prevede alcuni passaggi fondamentali:
- Identificare i propri derailer, ovvero quei tratti di successo che, se portati all’eccesso, sabotano l’efficacia del comando e la qualità delle relazioni.
- Praticare l’ascolto attivo con l’obiettivo di comprendere la logica dell’altro piuttosto che preparare la propria contro-argomentazione.
- Introdurre momenti di riflessione strutturata che permettano di rallentare l’azione per migliorare la lucidità del pensiero strategico.
- Premiare pubblicamente i collaboratori che portano dati contrastanti o sollevano dubbi legittimi sui progetti in corso.
- Monitorare costantemente lo spazio verbale occupato durante le riunioni, favorendo l’intervento di chi solitamente resta in silenzio.
Riconoscere il valore della propria vulnerabilità significa ammettere che un punto di forza può trasformarsi in un limite. Quando un executive accetta di non essere l’unica fonte di verità dell’azienda, apre la porta a una collaborazione autentica. La leadership consapevole mira alla chiarezza del processo decisionale, garantendo che ogni scelta sia basata sulla realtà dei fatti e non sulla proiezione delle preferenze personali del leader.
L’errore di confondere la velocità dell’azione con la qualità del pensiero
Uno degli errori più comuni nella gestione executive è la razionalizzazione dei propri comportamenti disfunzionali attraverso l’uso di etichette positive. Spesso i rischi della leadership direttiva vengono occultati chiamando l’impazienza agilità, o definendo il controllo ossessivo come attenzione maniacale alla qualità. Questa confusione terminologica impedisce al leader di vedere il danno che sta arrecando al sistema informativo dell’azienda.
Quando un progetto incontra degli ostacoli, la reazione automatica è quella di aumentare l’intensità degli stessi comportamenti che potrebbero aver causato il blocco. Se la squadra è lenta, il leader accelera ancora di più, senza chiedersi se la sua pressione stia in realtà paralizzando la capacità di esecuzione del team. Continuare a fare di più ciò che già non funziona non è determinazione, è un errore di governance che mette a repentaglio la sostenibilità del business nel lungo periodo, erodendo la fiducia e la trasparenza necessarie per competere in contesti volatili.
Il tuo prossimo livello non richiede più determinazione
Il passaggio a un livello superiore di leadership richiede una maggiore capacità di osservazione piuttosto che un aumento dello sforzo. Per identificare dove il tuo talento sta diventando un costo invisibile per l’organizzazione, ti propongo il CEO Challenge Check:
- Quante volte nell’ultima settimana un collaboratore ha espresso un parere radicalmente diverso dal mio?
- Quale dei miei talenti storici sto usando in modo automatico, senza valutare se sia lo strumento giusto per la situazione attuale?
- In che modo il mio stile di comunicazione sta influenzando la qualità delle informazioni che ricevo dai miei manager?
La vera leadership non risiede nel fare di più, ma nel vedere meglio ciò che sta accadendo intorno a noi e nel saper scegliere quale parte di sé mettere al servizio del sistema. Il tuo prossimo livello di crescita dipenderà dalla capacità di trasformare i tuoi automatismi in scelte consapevoli, restituendo al team lo spazio necessario per contribuire davvero.
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Domande Frequenti
Come faccio a capire se il mio team mi sta nascondendo informazioni critiche per colpa del mio stile?
Il segnale più chiaro è l’assenza totale di dissenso o di dati contrastanti durante le riunioni decisionali. Se ricevi solo report rassicuranti o se le criticità emergono solo quando si trasformano in emergenze conclamate, significa che la tua squadra ha imparato a navigare intorno al tuo stile per evitare conflitti. Questo ‘adattamento silenzioso’ filtra la realtà operativa e ti impedisce di vedere i segnali deboli del mercato, rendendo la tua leadership isolata e meno efficace.
Qual è il vero costo dei punti di forza quando vengono usati come automatismi?
Il costo dei punti di forza si manifesta come una perdita di agilità organizzativa e un calo drastico della qualità decisionale. Quando un talento naturale viene applicato senza consapevolezza, satura lo spazio cognitivo del team, portando i collaboratori più brillanti a disimpegnarsi o a smettere di proporre innovazioni. Invece di risolvere problemi, la tua eccellenza diventa un collo di bottiglia che rallenta l’esecuzione e crea una dipendenza decisionale che mette a rischio la scalabilità dell’azienda.
Perché aumentare l’impegno sui propri tratti distintivi spesso peggiora i risultati del team?
Perché si rischia di trasformare una dote in un comportamento tossico che paralizza i collaboratori. Ad esempio, un leader analitico che diventa ossessivo sotto pressione blocca l’azione richiedendo dati infiniti, mentre un leader deciso che accelera troppo finisce per spaventare la squadra, che smetterà di segnalare i rischi per non sembrare lenta. La soluzione non è fare di più ciò che sai fare bene, ma rallentare per scegliere deliberatamente quale competenza sia davvero utile in quel contesto specifico.



